Prendersi del tempo
Stavo correndo, mi sono fermata e mi sono domandata cosa sarebbe successo se mi fossi presa del tempo per me stessa.
Per la mia me interiore, quella nascosta da tutti e fragile, spaventata. Quella incredibilmente spaesata davanti alle novità, ansiosa, indecisa. Quella lenta, che ha bisogno di tempo per capire e lasciarsi andare, camminare un passo alla volta, perché fa male.
Così mi sono presa del tempo per quella me, restando in silenzio sulla finestra, ascoltando una musica lenta come quella me, che suona un accordo alla volta, che definisce le cose, disegna confini e strutture perché nell'indefinito ci si perde distrattamente e poi c'è l'ansia.
L'ansia che alcune persone, alcune cose sono in grado di tacere con solo uno sguardo o un tocco; ma quell'ansia è bastarda, diventa resistente e persiste, a volte, pensando alle stesse cose che prima ci facevano sentire al sicuro. Si scava un posticino nell'Io e non se ne va più.
Ci voleva silenzio, musica e un po' di tempo per sentirsi.
Ci vorrebbe tornare nei luoghi di sempre, leggere il libro dell'orso, prendere un tram fino a parco Sempione, mangiare un piatto di tagliatelle in compagnia. Ci vorrebbe stare un po' zitti con qualcuno che ti capisca in silenzio e non si appropri della tua essenza, non ti invada come i tedeschi con la Polonia. Su tutti i fronti.
Perché poi invadersi serve a sentirsi a rischio, e forse l'obiettivo è proprio quello, di lasciarsi andare, perdere le ansie, abbandonare l'eterno controllo ma ci vuole tempo. Perché è sempre quella me lenta, pesante, indecisa come un toro di duecento chili che, per fare un passo, prima aspetta di pensarci, poi alza la zampa e forse, dopo un po', si trascina in avanti. E quanta fatica...
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